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ELLIOT Will, La città dei clown, 2009, Milano, Mondadori, p. 364 Il mondo in cui viviamo è un circo crudele popolato di pagliacci senza cuore, senza legge, senza pietà: noi. Questa è la storia terribile e selvaggia di Jamie, un ragazzo australiano sui vent'anni come tanti. Un lavoro piuttosto schifoso, di quattrini ne girano pochi, una casa in condivisione con coetanei che assomiglia pericolosamente a una stalla. Fin qui roba poco originale, tanto per intenderci. Ma un giorno Jamie è costretto con metodi assai sbrigativi a cambiare lavoro e a diventare un clown per il Pilo Family Circus, un'impresa familiare molto poco ortodossa che ha piantato i suoi tendoni in una specie di universo parallelo tra Brisbane, gli USA e l'Inferno. E va detto che è un posto in cui c'è veramente poco da divertirsi, visto che il circo è popolato da acrobati efferati, pagliacci sadici e mostri e mostriciattoli psicotici di diversa estrazione: si tratta insomma di un luogo dove lo spettacolo si confonde con la vita quotidiana in una spirale di violenze terribili e dove vengono perpetrate atrocità di ogni genere. Al centro di questa trama affascinante e crudele, c'è la figura di JJ, l'alter ego pagliaccesco in cui si trasforma Jamie non appena si dipinge di bianco, che si rivela forse la peggiore carogna del gruppo e che per giunta ha un solo obiettivo: far fuori Jamie una volta per tutte. È una storia horror basata sul fascino ambiguo e malefico che emana la figura del clown? È un'investigazione sul cuore oscuro e schizofrenico che batte all'interno di ciascuno di noi? È la metafora spietata di una società in cui spettacolo, lotta per la sopravvivenza, carrierismo e disperazione individuale si fondono per creare quel reality show da incubo che è la nostra esistenza quotidiana? È una pagliacciata, di sicuro. |
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