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AA. VV., Dottor Clown. Immagini e parole di clownterapia, Padova, Piccin-Nuova Libraria, 2009, p. 177: ill.

Da diversi anni mi occupo degli aspetti psicologici del clowning e più procedo nella ricerca più il problema mi appare complesso. Dal mio punto di vista la difficoltà più grande sta nel mantenere la distanza giusta, senza lasciarmi trascinare dal sentimento.
Avendo io stessa sperimentato la gioia di andare per il mondo, vestendo i panni del clown, quando vengo invitata a parlare da gruppi di clown, entusiasti del loro lavoro, che si spendono
“anima e corpo” per aiutare bambini, adulti e anziani in difficoltà, la cosa più ardua è continuare a fare la parte dell’ “avvocato del diavolo”, senza farmi “traviare” dalla simpatia che provo nei loro confronti. D’altra parte, però, il principale compito di un ricercatore serio è quello di tendere alla verità, facendo agire la ragione e non il cuore. Quando Michele Simionato mi ha chiesto una presentazione al suo libro di foto, la tentazione di lasciarmi andare a sentimentalismi è stata forte. Tutti quei magnifici sorrisi e quegli occhi di bimbi incantati di fronte ai giochi dei clown non possono che suscitare immediate reazioni emotive. I testi che introducono le foto, poi, sono traboccanti di speranza e mostrano la dedizione con cui questi giovani medici e psicologi svolgono il loro lavoro.
Il libro di Simionato dimostra quello che riesce a fare l’entusiasmo dei giovani: oltre alle foto ci sono le considerazioni dei clown, le poesie e i disegni a commuoverci e a farci riflettere sulle potenzialità della maschera povera del pagliaccio. Dove la gente soffre o è chiusa in un pericoloso isolamento la sua capacità di ridere di se stesso e della vita, può fungere da specchio liberatore. La storia di Chiara, la sua iniziale resistenza, il suo graduale aprirsi al gioco e al dialogo, sono un esempio di come l’ascolto, la capacità creativa, la perseveranza anche di fronte alle frustrazioni e la forza di ripensare criticamente al proprio lavoro, siano ingredienti fondamentali del lavoro del clown. Il libro vuol essere anche una testimonianza di tanti anni di fatica non solo in Italia ma anche in paesi difficili come la Palestina e l’India; di incontri con clown che condividono sogni grandi come Patch o Miloud e di amicizie nate proprio dal desiderio di cambiare non solo gli ospedali ma…il mondo intero.
Il libro è un richiamo e un monito a tanti giovani a ritrovare la voglia di spendersi per gli altri, a non perdersi dietro futilità o peggio dietro a pericolosi miti, a vivere la dimensione di gruppo come una grande opportunità di dare maggior forza alle proprie idee e ai propri ideali. Se, dunque, da vecchia e pedante ricercatrice ho voluto e dovuto fare la parte dell’avvocato del diavolo, vorrei concludere con un grazie a tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione di questo volume per aver lasciato trasparire con tanta gioiosa fiducia, il loro entusiasmo per la vita. Solo un ultimo breve richiamo a tenere ben saldi i piedi per terra, a vedere anche quello che non va: nella ricerca occorre avere sempre un’”ipotesi nulla” con cui confrontarsi. Se è vero che storie come quella di Chiara non possono che commuovere, è anche vero che ci sono tanti altri che rifiutano i clown e ciò che rappresentano, soprattutto quando i clown non hanno la delicatezza del dottor Cirillo!
Per entrare in contatto con la sofferenza bisogna prima di tutto avere “buone spalle”, cioè una preparazione personale adeguata a non soccombere insieme a chi soffre.
Sono, tuttavia, sicura che con una buona preparazione psico-pedagogica si possa diventare maestri di clowning come si diventa maestri di tennis. Credo al fatto che si possa far vivere ad altri la stessa esperienza e far ritrovare quella filosofia del clown che si può riassumere così: non mi vergogno di me stesso, so perdere, so cadere perché mi rialzo, riesco a risolvere i conflitti buttandola sul ridere perché ho una forte autoironia. Questo può avere un grande impatto in una società dove le costanti sono la paura di cadere, la vergogna di se stessi come inadeguati alla competizione e il terrore del fallimento. Il clown è il rovescio di questa condizione, e accettare questo rovescio vuol dire anche riuscire a superare momenti di fragilità come la malattia o la povertà, ritrovando la voglia di rialzarsi”. Alessandra Farneti